SOCIETA’ – L’Italia dei cervelli in fuga

fuga di cervelliUno sguardo alla ripresa economica, auspicata dalle riforme del governo Renzi, in relazione al complesso fenomeno del brain drain il termine inglese che indica l’abbandono di un paese a favore di un altro da parte di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, generalmente in seguito all’offerta di condizioni migliori di paga o di vita.
di Mariarosaria Impellizzeri

Secondo i dati Istat il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è pari al 40,5% a luglio, in calo di 2,5 punti percentuali rispetto al mese precedente. In linea generale i giovani tra i 24-30 anni privi di occupazione e in cerca di lavoro sono circa 616 mila. Dato, quest’ultimo, che è diminuito dello 0,9 punti percentuali nel corso del 2015.
Con il Jobs Act l’Italia cerca di migliorare e tutelare le condizioni lavorative della popolazione del Bel Paese, con particolare attenzione ai giovani, molti dei quali tuttavia sono stati costretti, in questi ultimi anni, a costruire il loro futuro all’Estero. I nostri cervelli in fuga fanno perdere all’Italia circa un miliardo l’anno. Secondo l’economista Da Empoli, infatti, un ricercatore italiano avrebbe una produttività media di ventuno brevetti equivalenti a 63 milioni di euro e che diventano 148 milioni in una proiezione ventennale.
Saranno sufficienti le riforme a frenare l’esodo degli italiani? 90 mila hanno abbandonato l’Italia nell’ultimo anno. Inoltre, gli stranieri che scelgono l’Italia non riescono a compensare la fuga dei cervelli.
La causa principale è la stasi del sistema occupazionale che non soddisfa i bisogni della popolazione. Evidentemente l’Italia ha offerto poco ai nostri giovani, che oltre a cercare un lavoro all’estero, cercano anche di formarsi al meglio nelle scuole straniere. Si tratta comunque ancora di un ristretto gruppo di studenti, rispetto alla popolazione scolastica delle classi terze e quarte che solitamente sono le più coinvolte, ma il trend è in crescita, soprattutto verso mete anglofone: USA, Canada, Regno Unito.
Si unisce al “club in fuga” anche una fetta di imprenditori italiani. L’ICE registra la crescita del numero complessivo delle imprese italiane attive sui mercati esteri. Su circa duemila grandi imprese italiane, ad esempio, secondo il Centro Studi di Mediobanca, solo il 9% del fatturato è realizzato in Italia mentre il restante 91% all’estero.
La crisi ha colpito tutti i Paesi ad economia avanzata, ma l’Italia si distingue per il deficit reputazionale accumulato negli anni che si spera venga sanato attraverso il nuovo sistema di riforme. Renzi afferma «Gli ultimi dati che arrivano sulla crescita dimostrano una cosa molto semplice: non siamo ancora la maglia rosa, non siamo quelli che crescono più di tutti, ma siamo tornati nel gruppo. E siamo tornati nel gruppo grazie al percorso di riforme che abbiamo fatto e stiamo facendo».

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