Come Stanno le cose, dissertazione di Salvatore Lenzo

Biografia LernzoSe ce lo chiediamo, ognuno ha la sua versione e finiamo per non sapere o non capirci mai nulla. In un mio precedente articolo apparso su ” Lo Strillo ” di Napoli nel numero di marzo 2013, a crisi ormai strisciante e stabilizzata, mi chiedevo perché e quanto sarebbe durata e con quali rimedi porvi riparo. Oggi, dopo avere rassegnato questa indagine e la relativa terapia proposta ad un trattato di 600 pagine dal titolo ” Principi di Esonismo” , sottotitolato ” una rivisitazione della scienza economica “, è il caso ancora di riparlarne.

Continua l’insana abitudine, pare marcatamente italiana, di discutere delle cose che riguardano anche aspetti determinanti del nostro vivere comune e della stessa sopravvivenza o benessere di tutti, come si parlasse tra tifosi e sostenitori di una partita di calcio o di una scommessa al Palio di Siena.

Colà i toni sono, perfino, più pacati e spesso di facile comprensione o evidenza logica. Trattando di economia e della relativa politica, atta a reggerne e dirigerne le sorti, le cose si complicano a misura di come i toni si accendono ed anche fra il silenzio delle segrete stanze, dirette da sempre più potenti cabine di regia.

Ciò premesso, cerchiamo di darci una risposta su come stanno le cose per le sorti dell’Italia e dove stiamo andando.

L’Italia si trova, più che congiuntamente, coinvolta in una crisi che oltre a durare da molto, non si sa per quanto, ancora durerà nè se finirà, non si saprebbe nemmeno se è annunciata, voluta, determinata e mantenuta, da chi e perché. Dunque, andiamo con ordine.

La crisi comporta stagnazione, disoccupazione, fallimenti delle imprese e delle famiglie ed ora, pare, anche degli Enti pubblici, Comuni e Province( ove esistano), ai quali potrebbero seguire le Regioni e, perfino, lo Stato, qualora i dissesti divenissero endemici, diffusi e ricorrenti.

E’ pacifico che in tale situazione non desidera né merita di stare nessuno e che i rimedi vengano invocati dal popolo e promessi e promossi dalla classe dirigente. Ma come?

Il momento è delicato, ricco di confusione al riguardo, quanto cavalcato da chi ricerca consenso senza mostrare di sapere cosa è meglio veramente fare, da chi non vuole che ” certe cose” cambino o che nulla cambi, fino a chi sostiene che nulla possa o debba cambiare perché non esistono gli strumenti o le condizioni adatti perché ciò avvenga o perché, qualora esistessero, non occorre applicarli perché incompatibili con altri traguardi o, meglio, con altri interessi.

Questo è il terreno sul quale ci muoviamo per cominciare a capire, innanzi tutto, come stanno le cose.

Posto che i rimedi esistono, così come da sempre sono esistiti e sono stati impiegati, spesso adeguatamente, per risolvere le crisi, poiché questa crisi non finisce, o è perché tali rimedi non si vogliono applicare o è che non si vuole che la crisi finisca.

Oggi, per la crisi attuale, esistono entrambe le condizioni e sono utili a prefigurare il passaggio dalla crisi alla recessione ed alla tragedia.

Per uscire da una crisi sono stati sempre applicati dei rimedi, come se codificati in un testo unico più che in una teoria geniale o innovativa, quale sembrerebbe quella dei cicli economici, ove toccato il fondo, come in una curva ellittica discendente, avviene la risalita, dopo il flesso che può essere un punto di immediata inversione o un pavimento di stasi, più o meno largo, in caso di stagnazione prima di uscire dalla crisi, imbroccando la salita.

Gli strumenti sono sempre gli stessi ed ugualmente utili ed efficaci, anche venissero attuati in una tribù di indigeni, ignari delle teorie pre e post-keynesiane, ammesso fosse stato il professore inglese il primo a partorirle più che acconciarle.

Nello stato di depressione, tipico del minimo che la fase di discesa della curva può raggiungere, prima di innescare la risalita, dopo il flesso, che se da breve punto diventa pavimento è segno di una perniciosa stagnazione, prima del baratro, occorre solo applicare gli strumenti per stimolare la ripresa prima che un lungo ristagno porti l’economia al collasso.

Tali strumenti e tali rimedi portano in maniera incontrovertibile allo stimolo da parte pubblica( leggi Governo), della ripresa e della crescita per l’ascesa lungo la curva del ciclo economico che inter-reagisce, produce occupazione ed espansione anche dei redditi individuali unitamente a quello collettivo che influenza il PIL ed entrambi ridondano sulla espansione e crescita trascinandone l’ascesa verso la fase di benessere e superamento della crisi.

Una cosa non si può ottenere senza l’altra, cioè non si può superare la crisi senza creare benessere per i cittadini, ed è questo benessere che trascina e condiziona la crescita, quindi si cercano risorse e ci si indebita per innescare tale meccanismo.

Andando avanti, sembra di cominciare ad intravedere come ci si dovrebbe, correttamente, muovere. Sembra, ma non è così. Ma non perché sia difficile o impossibile adottare i rimedi, ma perché ci sono interessi, occulti quanto deprecabili, che spingono perché ciò non avvenga, ed economisti sponsorizzati perché tacciano, frammisti a giornalisti, calati nella veste di economisti o viceversa che depistano o seminano idee prive di costrutto.

Per sapere o avere un indizio su chi è interessato a remare contro, e per quali fini, basterebbe risalire, per una verità storica, ai Medici, i Bardi, i Peruzzi, i Pazzi, i Fugger , etc., dei quali ancora si celebrano le gesta e le virtù onorate dal fasto delle Signorie nel dominio delle cose materiali, congiunto e sorretto fin dalla porpora cardinalizia e dal soglio pontificio, per il dominio concorrente di quelle spirituali.

Anche oggi è chi domina la morale a potere imporre la scomunica a chi, ricercando il proprio dominio per i propri interessi, calpesta ogni giustizia ed ogni sacro comandamento.

Se c’entrano i Medici, c’entra l’usura, di cui la finanza è un morbido eufemismo. E’, appunto, la finanza che oggi, servendosi degli opportuni appostamenti che ha conseguito anche in Europa, cerca di dominare gli affari ed il destino degli Stati. Come succede da sempre, ed accadeva anche ai tempi dei Signori di cui oggi si occupano i realities televisivi, privilegiando l’enfasi degli splendori e delle magnificenze.

Così ancora oggi è la logica dell’usura( governo della finanza degli Stati ) che determina e cerca di segnare le sorti di noi tutti. Quindi se gli strumenti utili per uscire dalla crisi non si usano, non è perché siano diventati, come d’incanto, inutili, pericolosi o controproducenti, ma perché questo potere occulto

che regge la finanza degli organismi degli Stati e del Mondo, vuole che non si usino, pena la minaccia di perdita di potere di chi deve ostacolarli e del sostegno esterno ( ? ) per chi volesse adottarli.

Sostenere la ripresa e lo sviluppo per uscire dalla crisi, significa adottare una politica espansiva che, insieme alla crescita, alla piena occupazione, all’equità ed al benessere, produce, necessariamente, una crescita dell’inflazione, causata, principalmente, dall’espansione monetaria.

E’ sull’inflazione che sembra annodarsi il problema. Dico sembra, poiché di un effetto naturale, quale essa è, per ristabilizzare le opportunità e le risorse di tutti i componenti del corpo sociale, quasi fosse un Giubileo stabile, itinerante e permanente per superare la crisi, se ne è fatto un nemico, additandola come un indesiderabile pericolo.

Solo gli usurai possono temere l’inflazione, poiché il maggiore beneficio che produce, sembra cadere sulle loro teste. Tale beneficio è rendere sostenibile l’indebitamento di tutti, compreso lo Stato, quanti hanno fatto ricorso al credito per sostenere investimenti e crescita.

E’ questo l’investimento” virtuoso”, che dovrebbe essere sorretto dal correlativo risparmio di tutti, finalizzato a ciò e che, pur producendo interessi, è sostenuto e protetto per promuovere ed accrescere la produzione ed il reddito con i classici effetti moltiplicatore ed acceleratore sull’economia.

Stranamente, sono proprio le banche, anche se pseudo-usurai, ad essere direttamente interessate a promuovere gli investimenti per la ripresa e la crescita, poiché il benessere economico le porterebbe pure ad incrementare il proprio lavoro ed i propri profitti.

Ma l’usuraio non vuole questo. Non si occupa solo di gestire risparmi ” virtuosi ” da prestare per promuovere lo sviluppo. Preferisce gestire il risparmio, invece, ” vizioso “, fine a se stesso, che produce profitti iniqui, senza lavoro e senza crescita.

Quindi a lui interessa solo non perdere la rivalutazione del capitale prestato incrementato dal frutto dell’usura, che solo l’inflazione potrebbe intaccare.

Poco importa che senza inflazione non c’è sviluppo, non c’è occupazione e non c’è crescita. Anche queste cose, verificandosi le condizioni, dovessero avvenire, all’usuraio non interessano i lauti guadagni a venire sulle attività incrementative della crescita scoppiata in benessere.

Il suo interesse, evidentemente, è un altro. Speculare privilegiando la gestione del risparmio ” vizioso ” ( per questo rimando al mio ” Principi di Esonismo”).

Serve capire bene perché, mentre potrebbe aiutare l’Umanità e gli Stati a crescere ed a salvarsi, aumentando, contemporaneamente, anche le condizioni del suo benessere, decide di non farlo.

Sembra un paradosso, da me chiamato ” paradosso dell’usura “, ma la ragione c’è. Torniamo ai Medici ed agli altri usurai del passato e del medioevo che ancora ci incombe.

Gli usurai prestavano, principalmente o esclusivamente, ai potenti, ai signori, al papa ed al re. Cosi facendo vedevano crescere i loro profitti ed accumulavano ingenti ricchezze. Ma realizzavano che questi prestiti servivano per gli sfarzi, i vizi ed i lussi, e, soprattutto, le guerre del sovrano, del signore e del monarca assoluto. Questi finché le cose andavano bene, pagavano, ma quando si dissanguavano o perdevano con le guerre o affogavano nei vizi e negli spropositi, non potevano più pagare. Era allora

che gli usurai gli prendevano, per poco prezzo, un patrimonio cospicuo, anche pubblico, a loro svenduto, ed ancora di più, gli prendevano, la signoria, il regno e…oggi lo Stato.

Non mi soffermo qui a fare gli opportuni accostamenti all’età moderna, che di moderno ha solo il nome e la presunzione di esserlo.

Cosa sta succedendo e succederà adesso. Abbiamo un Governo, messo su chissà come, in maniera alquanto rocambolesca, rivelatrice dello spirito del tempo, che sta cercando di tirare l’Italia fuori dalla crisi. Sta cercando, cioè, di fare ciò che gli altri Governi non hanno voluto, saputo o potuto fare.

Il programma dell’attuale Governo, semplice, elementare e schematico è utile, anzi, forse è l’unico, se glielo lasciano fare e se le due anime che lo compongono non si ostacolano, annullandosi a vicenda per l’evidente diversità di intenti e di vedute. E’ un programma, ripeto, forse l’unico possibile, per tentare, pur rischiando, di risalire la china ed uscire dalla crisi.

Sembrerebbe ozioso, dopo quanto si è detto, dire chi lo ostacola e perché. Ma non ci sono solo interessi, spesso beceri ed inconcludenti, c’è anche tanta ignoranza, codardia e disinformazione.

Per brevità, concludiamo, parlando, anche a mo’ di esempio, di reddito di cittadinanza e flat tax che sono fra i punti nodali di tale programma.

Come sono acconciati ed improponibili per una guida concorde i due schieramenti, uniti al Governo più per necessità che per condivisione convinta, cosi reddito di cittadinanza e flat tax confliggono come il diavolo e l’acqua santa.

Il reddito di cittadinanza è una misura che rema in direzione degli strumenti utili per stimolare la ripresa e la crescita, per uscire dalla crisi in cui ci vogliono tenere, tramite l’espansione della circolazione monetaria, foriera di promuovere crescita della domanda interna, dei consumi e, quindi, anche del risparmio ” virtuoso “, di investimenti, con aumento dell’inflazione, crescita dell’occupazione e contrasto alla povertà, nell’immediato, in attesa degli effetti moltiplicativi sulla produzione e sul reddito.

La flat tax, oltre ad offendere la Costituzione, tradendo la progressività del sistema tributario ed i fini extra-fiscali delle imposte, significherebbe ridurre, e di molto, le tasse ai ricchi, diminuendo le risorse necessarie per un’autentica politica di investimenti, sviluppo, crescita e occupazione, senza volere aggravare l’indebitamento.

Significherebbe anche cercare di appesantire la pressione fiscale sulla classe media, che ancora vorrebbe produrre senza essere risucchiata sulla soglia di povertà.

Si vorrebbe dare, così, ad intendere che l’incentivo alla ripresa, tramite gli investimenti per la produzione, la crescita e l’occupazione possa derivare da una detassazione del capitale e delle imprese, onde consentire loro di creare investimenti, produzione, occupazione e crescita.

Ciò è, evidentemente, falso perché sarebbe un delitto ed un pretesto ingannevole dire favoriamo queste forze per la ripresa e la ricchezza della Nazione, così produrranno meglio e di più poiché le agevoliamo sgravando tasse e contributi.

Così non può andare. Non solo perché basta vedere da che pulpito viene l’imbeccata ma perché noi, che non gradiamo le imbeccate, siamo edotti per chiederci:

i cittadini, senza l’incremento della massa monetaria, a loro disposizione per accedere ai consumi, al che è preordinato il reddito di cittadinanza, come potrebbero concorrere alla ripresa dell’economia se non hanno la moneta necessaria per acquistare i prodotti che le imprese dovrebbero essere aiutate a produrre di più?

Ecco perché chi vuole aiutare i ricchi ad evitare le tasse e ad ottenere benefici per produrre prodotti che sa che non saranno fatti perché non hanno a chi venderli, va dicendo che col reddito di cittadinanza si regalano solo soldi a fannulloni che non li meritano e distolgono l’attenzione sul resto.

Ben venga, dunque, il programma dell’attuale Governo, e noi, pure se seguiamo altri partiti, non facciamo i disfattisti, semmai incoraggiamo chi cerca di ottenere una svolta, anche coraggiosa.

Nessuno Stato così fallisce. Da noi sappiamo che ancora l’assetto costituzionale prevede un’imposta patrimoniale che, con lievi aliquote progressive, colpisce temporaneamente solo i patrimoni elevati, lasciando indenni una larga fascia di essi fino ad almeno 2 milioni di euro o ancora di più.

Adesso appare avere un senso chiedersi dove sta l’usura, questo fenomeno vasto, esteso, infame e vecchio quanto la storia delle antiche civiltà. Mentre ancora celebriamo gli usurai del passato, non conosciamo compiutamente i loro moderni ed attuali emuli e gli affiancatori.

Però ora sappiamo meglio ricercarli e sospettarli fra chi raccomanda, minaccia o impone di contenere il debito, frenare la distribuzione e la circolazione della moneta, utile a sostenere le famiglie e le imprese per far crescere la domanda e gli investimenti da risparmio “virtuoso”, pur congiuntamente all’ascesa dell’occupazione, del reddito, del PIL e dell’inflazione.

Chi minaccia le Nazioni sovrane a non sforare il debito, ad abbassare da subito il rapporto debito PIL, prima che venga incentivata e stimolata la crescita. Che preferisce che i denari vengano consegnati direttamente alle banche ed agli speculatori, rimangano nelle mani dei ricchi che sanno come investirli, alimentando e sfruttando il risparmio “vizioso”, magari con l’ausilio e l’approdo finale o passeggero nei paradisi fiscali.

Ecco perché la battaglia è spietata, subdola e senza quartiere. Il nostro attuale Governo che sa bene come stanno le cose, sta operando al meglio con forza, competenza, abnegazione e coraggio perché questo stato di cose venga almeno messo in discussione o contrastato, affinché l’Italia non faccia la vittima sacrificale ai capricci del capitale finanziario oscuro ed internazionale quanto estraneo ad ogni logica di reale sviluppo, libertà e benessere per il nostro Paese.

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