Operazione antimafia Nebrodi, dettagli sull’inchiesta e nomi

I dettagli dell’Operazione Nebrodi sono stati tracciati nel corso di una conferenza che si è tenuta nell’Aula Magna della Corte d’Appello del Tribunale di Messina alla presenza del Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Rao.

I gruppi criminali di Tortorici si erano idealmente spartito il territorio per frodare i contributi agricoli dell’Unione Europea. Questo è quanto emerge dall’inchiesta denominata “Nebrodi, scattata all’alba di oggi e condotta da Ros e Guardia di Finanza e che ha portato all’arresto di 94 persone (48 in carcere e 46 ai domiciliari su 196 indagati ed al sequestro di 151 aziende agricole.

Secondo l’inchiesta  le persone coinvolte avrebbero intascato indebitamente fondi europei per oltre 5 milioni e mezzo di euro, mettendo a segno centinaia di truffe all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, l’ente che eroga i finanziamenti stanziati dall’Ue ai produttori agricoli.

A fiutare l’affare milionario sono stati i clan storici di Tortorici, i Batanesi ed i Bontempo Scavo, che, anche grazie all’aiuto di un notaio compiacente (finito in manette)  e di funzionari dei Centri di assistenza agricoli (Cca) che istruiscono le pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, hanno incassato fiumi di denaro.

I due clan, invece di farsi la guerra, si sono alleati, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni.

“Ciò – scrive il gip di Messina, Salvatore Mastroeni che ha disposto gli arresti su richiesta della Dda – con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti”.

La truffa si basava sulla individuazione di terreni “liberi” (quelli, cioè, per i quali non erano state presentate domande di contributi). A segnalare gli appezzamenti utili spesso erano i dipendenti dei Cca che avevano accesso alle banche dati. La disponibilità dei terreni da indicare era ottenuta o imponendo ai proprietari reali di stipulare falsi contratti di affitto con prestanomi dei mafiosi o attraverso atti notarili falsi.

Sulla base della finta disponibilità delle particelle, veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri. “La percezione fraudolenta delle somme – scrive il gip – era possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi, collaboratori dell’Agea, un notaio, responsabili dei centri Cca, che avevano il know-how necessario per procurare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei gangli vitali di tali meccanismi di erogazione di spesa pubblica e che conoscevano i limiti del sistema dei controlli”.

UN POPOLO RASSEGNATO. “La mafia è una specie di classe sociale, contrastabile ma non eliminabile come categoria, nonostante decine e decine di operazioni e processi. Un riscatto completo, la liberazione del territorio, difficilmente sarà ottenuta solo con l’intervento giudiziario. Le misure non arrestano un mondo rassegnato alla deriva mafiosa, una sventura per mafiosi e famiglie” scrive il gip di Messina Salvatore Mastroeni.

L’inchiesta ha ricostruito gli organigrammi delle cosche e rivelato una fitta rete di complicità di professionisti insospettabili. “Il riscatto di intere popolazioni – aggiunge il giudice nella ordinanza di custodia cautelare di oltre 1700 pagine – richiederà di più. Quando la mafia si incunea, altera il mercato, depreda risorse, il contrasto penale si impone. Ma il dato penale diventa insufficiente quando non si trovano strutture che portano ricchezza alla gente e al territorio e anzi arriva la sensazione tragica di ulteriore impoverimento”. Il gip parla di una “criminalità che ingurgita profitti milionari. Profitti che spariscono e niente lasciano alla gente”.

DECISIVO IL PROTOCOLLO ANTOCI. “Emerge un contesto di significazione probatoria e chiavi di lettura dell’attentato Antoci che si è posto in contrasto con gli interessi della mafia” specificano ancora i magistrati. I reati contestati ruotano difatti attorno al lucroso affare dei Fondi Europei per l’Agricoltura in mano alle mafie combattuto con forza con il cosiddetto “Protocollo Antoci” ideato e voluto dall’Ex Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, sfuggito a un agguato grazie agli uomini della sua scorta, e dal 27 settembre 2017 Legge dello Stato. Un meccanismo interrotto proprio dal quel Protocollo che Antoci ha fortemente voluto.

I CLAN COINVOLTI. Sono due i clan coinvolti nella maxi-inchiesta dei pm di Messina che oggi ha portato all’arresto di 94 persone: quello dei Bontempo Scavo e quello dei Batanesi, entrambi storici e radicati nella zona di Tortorici, sui Nebrodi. Tutte e due le cosche hanno base familiare: l’inchiesta “colpisce” infatti interi nuclei familiari.

Secondo gli inquirenti i Batanesi e i Bontempo Scavo avrebbero scelto di non farsi la guerra ma di spartirsi gli affari: come quello delle truffe all’Ue attraverso false intestazioni di decine di terreni da utilizzare per avere i contributi per l’agricoltura. Le due famiglie sarebbero dunque in una fase di tregua armata, “anche se sotto la cenere cova sempre la voglia di fare piazza pulita del concorrente”, scrivono i magistrati.

I personaggi di spicco dell’indagine sono, per i batanesi, Sebastiano Bontempo detto “u guappu” Vincenzo Giordano Galati detto Lupin, Sebastiano Bontempo, “il biondino”, e Sebastiano Conti Mica. Tutti hanno scontato condanne pesantissime per mafia, Mica Conti anche per omicidio. Dopo aver espiato le pene, sono stati scarcerati e sono tornati al vertice del clan.

I vertici della “famiglia” dei Bontempo Scavo coinvolti sono: Aurelio Salvatore Faranda e i fratelli Massimo Giuseppe e Gaetano. Nell’inchiesta sono finiti anche imprenditori e alcuni insospettabili: come il notaio, Antonino Pecoraro, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, che avrebbe fatto falsi atti per far risultare acquisiti per usucapione una serie di terreni la cui titolarità serviva alle “famiglie” per chiedere i contributi Ue, e i titolari di una serie di Centri Commerciali Agricoli della zona.

IN CARCERE ANCHE IL SINDACO DI TORTORICI. In carcere è finito anche il sindaco di Tortorici, Emanuele Sardo Galati, 39 anni. E’ accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: da responsabile di uno dei Centri commerciali agricoli coinvolti nell’inchiesta avrebbe consentito ai clan la commissione di una serie di truffe all’Ue.

Gli operatori dei Cca indagati avallavano la regolarità delle domande di pagamento dei contributi europei facendo risultare finti trasferimenti dei terreni per cui chiedere le sovvenzioni europee dai proprietari ai beneficiari delle domande. I terreni risultavano intestati a prestanomi dei boss.